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Rassegna stampa Agrisole


 

 

Qm: quale mercato?

Ovvero i marchi d'origine DOC. DOP, IGT, IGP, o Qm, sono garanzia di successo commerciale o sono semplicemente un viatico iniziale? L'affermazione "tutti DOC, niente DOC" ha dei fondamenti? Durante una riunione di qualche anno fa, un noto cattedratico esperto di marchi di origine comunitari, mostrò un talloncino raffigurante un cuore stilizzato bianco in campo rosso, che fece immediatamente capire del prodotto al quale si riferiva (gelato) e della ditta produttrice. Questo per dimostrare che la forza della pubblicità del marchio aziendale e/o della garanzia che solo il produttore può dare, sovrasta notevolmente il valore del marchio d'origine di cui quel prodotto si potrebbe fregiare; per non parlare, ad esempio, di una nota catena di vendita di hamburger che da una parte si critica, ma dall'altra le si vende carne italiana IGP...

Questo non significa che i marchi DOP, DOC, IGT, IGP, QM, ecc. non abbiano la loro valenza, ma volerli "accreditare" troppo di un enorme significato economico/commerciale potrebbe indurre in gravi errori di valutazione. Senza voler nominare prodotti marchigiani, non si spiegherebbe perché ad esempio del Chianti DOC, si trovino bottiglie a bassissimo costo, rispetto ad altre che hanno un enorme valore. La differenza la fa il produttore, non a caso, in quasi tutti i vini (soprattutto DOC) si conosce e si riconosce prima il nome del produttore, poi il nome commerciale del vino che è accoppiato al marchio d'origine. Se questo non fosse vero, sarebbe inspiegabile che il più noto vino d'Italia, il Sassicaia, nato come vino da tavola e di fantasia in seguito venne classificato "d'imperio" prima IGT, poi Doc in quanto sarebbe stato incredibile e politicamente non corretto che potesse esistere un vino, il più importante, che non avesse una certificazione.

Ragionamento sbagliato? Forse; politicamente scorretto? Probabile, soprattutto alla luce di quanto si legge sui giornali o si vede alla televisione nella quale si afferma che il futuro e/o rilancio dell'agricoltura passa attraverso la tracciabilità; il vero nemico è "l'italian sounding"; tutto si potrebbe risolvere quando si renderanno sempre più stringenti l'obbligo di informazioni sull'etichetta con l'inasprimento delle sanzioni, i controlli sull'origine della materia ecc.

Per il momento gli effetti di questa volontà sono stati, soprattutto, un appesantimento della burocrazia, con aumento dei registri da compilare, della documentazione da conservare, della "sistemazione delle carte" (come si dice in campagna!), dell'intensificazione dei controlli di quanti sono deputanti a farlo e di quanti "s'inventano essere" legittimati. La "Comunicazione" sempre pronta a sottolineare qualsiasi sbavatura non rettifica mai gli errori commessi facendo spesso confusione tra truffa in commercio e reato sanitario; confondendo tracciabilità con sanità, certificazione con qualità.

L'Italia, è bene dirlo forte, è il Paese che ha i controlli sanitari più rigidi in assoluto rispetto ai paesi occidentali (gli altri non li prendiamo nemmeno in considerazione). Ha una legislazione ferrea sia sui prodotti di origine vegetale per non parlare di quelli di origine animale. Basti pensare che l'Italia è l'unico paese al mondo che ha i servizi veterinari sotto il controllo del Ministero della Sanità/Salute invece che il Ministero dell'Agricoltura in quanto prioritaria è "la tutela della salute pubblica". La sanità di un alimento che deve essere immesso in commercio è un prerequisito ineludibile, ma questo non significa che il prodotto sia di elevata qualità. La materia è molto complessa ed ogni certificazione di determinato prodotto ha le sue peculiarità.

Nei prodotti di origine vegetale, a volte incide la varietà del vegetale, l'areale di coltivazione, ma soprattutto la cura con la quale esegue la lavorazione/trasformazione il singolo produttore, come la sua capacità commerciale di vendita. Inutile sottolineare, "a puro titolo di esempio", che il Verdicchio DOC ha una sua storia che non può essere oggetto di confusione, al contrario, che so, del Sanseverino DOC di cui francamente non ne avevamo bisogno. Ovviamente, c'è Verdicchio e Verdicchio e non c'è nessuna certificazione che tenga se i prezzi di vendita siano diversi; addirittura il produttore più bravo riesce, sempre, a vendere meglio altri suoi vini che sono semplicemente da tavola...

Nei prodotti di origine animale la razza del soggetto da cui deriva, ha certamente il suo valore, ma anche qui ruolo fondamentale è l'alimentazione come ad esempio la differenza tra il parmigiano reggiano ed il grana padano sta, soprattutto, nel diverso disciplinare di alimentazione mentre le vacche da latte allevate sono delle medesime razze. Per non parlare del Consorzio del prosciutto di Parma e San Daniele, dove si è stabilito un disciplinare ferreo di alimentazione e di età di macellazione dei suini, ma anche un modo particolare di stagionatura. Anche qui la razza (ibrido) del suino non è decisiva, ma c'è un limite che riguarda l'indice di accrescimento e conversione, nonché la quantità del lardo: con tutto il rispetto per il Suino della Marca, che in questo caso (solo?) sembrerebbe che sia poco indicato... e mi fermo qui! Proprio nel mercato dei prosciutti, non è la qualità o la riconoscibilità che manca, ma i costi di produzione che sono alti; gli allevatori di suini vanno in crisi per i costi riflessi della manodopera, per l'eccesiva burocrazia, per la mancanza di strutture di macellazione a costi accessibili, ecc.

In sintesi i marchi vanno bene ma che siano veramente certificativi di una determinata caratterista irriproducibile! Evitiamo una loro eccessiva proliferazione altrimenti diventano solamente fonte di costi e confusione! Applichiamo le norme sanitarie con il principio della reciprocità per i prodotti che vengono dall'estero altrimenti noi Italiani avremo doppie norme da rispettare, quelle comunitarie (poco stringenti e fiduciarie) e quelle italiane (ferree). Evitiamo di farci confondere da chi gabella compulsive statistiche, su tutto e tutti, con tendenza di consumo o difesa dell'agricoltura; non prendiamo per oro colato documentari su un'agricoltura bucolica/rupestre come la regola in quanto sono, al contrario, l'eccezione di una normale attività economica agricola. Non illudiamoci che la vendita diretta/Km 0 sia la panacea: ben gestita potrebbe raggiungere tra il 10 ed il 15% del volume globale delle vendite nazionali, ma attenzione se tutti lo facessero (ammesso che fosse possibile!) avremmo delle serie ripercussioni economiche. Convinciamoci che per alcuni prodotti (le commodities) e molti allevamenti è necessario unificare le varietà/razze e standardizzare la produzione per poter fornire un prodotto, sano, di qualità e riproducibile, e che ci piaccia o meno l'attività agricola non è quella né della mucca Carolina (viola o meno che sia) né della gallina Rosita...

 

Alessandro Alessandrini

 

capancona 

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