di Alberto Maria Alessandrini
Le immagini del maxi-incendio di metà giugno a Osimo, dove le fiamme hanno risalito i campi di grano lambendo le abitazioni richiedendo l’intervento degli elicotteri, o le coltri di fumo nero de qualche giorno fa a Porto Sant’Elpidio, sono il campanello d’allarme di un’estate che rischia di farsi drammatica per il territorio marchigiano.
Le operazioni di trebbiatura, infatti, lasciano inevitabilmente a terra distese di stoppie secche che, sotto il sole battente e in condizioni di forte stress idrico del terreno, si trasformano in una vera e propria polveriera. A queste si aggiungono poi sterpaglie, terreni lasciati incolti a causa della scarsa redditività ed erba dei set-aside ormai sempre più secca. Con i bollettini regionali di protezione civile che continuano a segnare una suscettività medio-alta per il rischio incendi, e con lo spettro di nuove ondate di calore africane previste per le prossime settimane, la priorità assoluta per il comparto agricolo diventa una sola: la prevenzione attiva.

Il picco di roghi registrato tra la fine di giugno e i primi giorni di luglio in ogni angolo della regione (oltre 50 gli ettari fino ad ora interessati oltre a diversi macchinari agricoli) ha evidenziato una vulnerabilità intrinseca del modello rurale attuale. Spesso l’innesco è accidentale – la scintilla di una mietitrebbia che urta un sasso, il surriscaldamento di un mezzo meccanico o l’incuria di un mozzicone lanciato dalle automobili lungo le strade provinciali – ma a fare la differenza tra un principio d’incendio e un rogo devastante è la gestione del suolo post-raccolto.
Le stoppie di grano lasciate intatte fino ai confini delle banchine stradali o a ridosso dei fossi rappresentano una miccia continua così come l’erba lasciata crescere incontrollata ed ormai secca. Se un tempo la cura maniacale dei margini era una regola non scritta della civiltà contadina, oggi la carenza di manodopera, i costi del gasolio e la frammentazione dei terreni spingono talvolta ad abbandonare pratiche un tempo considerate vitali.
Per arginare il propagarsi dei roghi ed evitare che un focolaio isolato si trasformi in un fronte chilometrico, è necessario far tornare in auge alcune pratiche agronomiche preventive che non possono più essere considerate “opzionali”. La più urgente e strategica è senza dubbio l’aratura immediata dei bordi dei campi, in particolare laddove la terra confina con strade pubbliche, ferrovie, zone boscate o abitazioni.
Creare una fascia di terreno arato o fresato – priva di vegetazione secca e larga almeno 5 o 10 metri (la cosiddetta “fascia tagliafuoco”) – significa interrompere la continuità del combustibile. Se la scintilla scocca sul ciglio della strada, trova la terra nuda e si spegne, risparmiando il resto del raccolto o della paglia ancora da imballare.
Con temperature che si preannunciano stabilmente sopra le medie stagionali, tali strumenti diventano ormai improrogabili. Non si tratta solo di proteggere il proprio reddito aziendale – già duramente provato dalle fluttuazioni dei mercati e dai costi di produzione – ma di tutelare l’incolumità pubblica, le abitazioni e l’intero contesto ambientale nel quale si opera.
Una forma di prevenzione che non è un costo, ma il più efficace dei sistemi assicurativi.