Sta facendo discutere non poco, e sorridere, la pioggia di Pec inviate in questi giorni direttamente dal direttore di Agea, Fabio Vitale. Non una semplice comunicazione amministrativa, ma una sorta di lettera motivazionale indirizzata a tutti gli agricoltori italiani, corredata da ringraziamenti solenni, celebrazioni istituzionali e persino un bilancio delle magnifiche sorti ed incredibili traguardi raggiunti dell’agricoltura nazionale.

Il tutto per annunciare l’imminente accredito del saldo Pac che in molti casi ammonta a poche centinaia di euro.Cifre che, in molte aziende agricole, coprono a malapena qualche pieno di gasolio o una modesta fattura dell’elettricità. Ma l’enfasi del messaggio è tale da far immaginare, di primo acchito, l’arrivo di un premio straordinario, se non addirittura la risoluzione definitiva dei problemi del comparto.

«È giusto così, è ciò che ti spetta ed è un riconoscimento concreto per il lavoro che fai ogni giorno», scrive il direttore generale dell’Ente. E fin qui nulla da eccepire: gli aiuti comunitari sono un diritto degli agricoltori, non una concessione benevola. Proprio per questo sorprende il tono quasi celebrativo di una comunicazione che, più che una notifica di pagamento, sembra una lettera di propaganda istituzionale.

Non capita spesso, infatti, che un ente pubblico accompagni l’erogazione di un contributo (dovuto e previsto da anni, con una lunga esaltazione dell’operato del governo in carica. Nella missiva si sottolinea come Agea abbia sincronizzato la propria attività con le politiche del Ministero dell’Agricoltura e come il Governo abbia destinato «più risorse al settore agricolo nella storia repubblicana».

Una precisazione curiosa, soprattutto considerando che gran parte delle risorse distribuite da Agea proviene dalla Politica Agricola Comune e non certo dalla generosità improvvisa di Palazzo Chigi.

Poi arriva il passaggio immancabile sulla missione quasi sacrale dell’agricoltore italiano: garante della qualità del cibo, custode del territorio e baluardo della sovranità alimentare nazionale. Una retorica ormai consolidata, che però rischia di suonare sempre più distante dalla realtà quotidiana delle aziende.

Perché, al netto degli slogan, resta aperta la questione dei prezzi dei cereali, crollati ben al di sotto dei costi di produzione. Restano le importazioni dall’estero che continuano ad alimentare la concorrenza sui mercati. Restano i margini sempre più compressi e una redditività che mette in difficoltà molte imprese agricole. Restano i controlli serrati (al limite del vessatorio) da parte di qualsiasi organo di controllo, i costi del lavoro sempre più alti, gli oneri per sicurezza e formazioni divenuti più un balzello che un reale strumento di prevenzione. Resta una sempre più ampia serie di situazioni che pesano in maniera insostenibile sulle imprese.

Già, imprese. Perché forse è proprio questo il punto. Le aziende agricole non sono musei etnografici né presidii romantici chiamati a custodire il paesaggio per spirito patriottico. Sono attività economiche che devono produrre reddito e utili per sopravvivere.  L’agricoltore non vive di retorica, né di attestati di riconoscenza inviati via PEC. E nemmeno di solenni richiami alla sovranità alimentare. Vive di prezzi remunerativi, di mercati funzionanti, di meno costi e di regole più semplici.

E forse, davanti a una comunicazione tanto enfatica per annunciare qualche centinaio di euro, qualcuno potrebbe essere tentato di pensare che sarebbe stato più dignitoso limitarsi a un asciutto: «Pagamento disposto». Senza fanfare. E soprattutto senza trasformare una normale pratica amministrativa in una piccola celebrazione di Stato.

Perché gli agricoltori, più che essere ringraziati come eroici custodi della patria, probabilmente preferirebbero essere messi nelle condizioni di fare ciò che fanno tutte le imprese del mondo: lavorare e guadagnare.