di Alberto Maria Alessandrini
L’istituzione della Commissione Unica Nazionale (CUN) per il grano duro era stata presentata come una svolta epocale: maggiore trasparenza, prezzi più equi, tutela dei produttori. Una promessa ambiziosa, quasi salvifica, che tuttavia – alla prova dei fatti – si sta rivelando per molti agricoltori l’ennesima illusione. Non solo la CUN non ha contribuito ad aumentare i prezzi del grano, ma ha finito per innescare un effetto opposto, con un abbassamento delle quotazioni, particolarmente evidente proprio nei segmenti di qualità medio-alta. Insomma: oltre al danno, la beffa.
Il cambio di sistema di quotazione ha introdotto categorie merceologiche diverse rispetto a quelle utilizzate dalla Borsa Merci di Bologna (AGER). Un passaggio tutt’altro che neutrale. Le nuove classificazioni CUN, infatti, non si limitano a ridefinire i parametri tecnici, ma incidono direttamente sul valore economico del prodotto. E lo fanno in modo disomogeneo e, per molti versi, penalizzante.

Un esempio concreto chiarisce bene la situazione. Un grano con 13,1% di proteine e 81 di peso specifico, il 26 marzo 2026, veniva valutato 276,5 €/t secondo AGER. Pochi giorni dopo, con il listino CUN del 30 marzo, lo stesso prodotto scende a 267,5 €/t, una perdita considerevole. Non un’oscillazione marginale, ma un taglio netto. Anche i prodotti di qualità inferiore registrano un calo, seppur più contenuto (circa 4 €/t). Il paradosso è evidente: il sistema che avrebbe dovuto rafforzare il mercato finisce per comprimere i prezzi.
Ma il quadro diventa ancora più controverso quando si osservano le fasce di qualità superiore. Solo i grani con caratteristiche eccellenti – proteine molto elevate, oltre il 14% o addirittura il 15% – beneficiano del nuovo sistema, con aumenti che possono arrivare fino a 26 €/t. Una dinamica che crea una distorsione evidente: premia una nicchia ristretta e penalizza la stragrande maggioranza dei produttori, ovvero coloro che coltivano grano di buona qualità ma non “fuori scala”.
Il risultato? Una redistribuzione del valore che non segue criteri di equità, ma accentua le disuguaglianze all’interno della filiera. I produttori medi – che rappresentano il cuore del settore agricolo – si trovano schiacciati, mentre pochi riescono a trarre vantaggio dal nuovo schema.

A rendere il quadro ancora più critico interviene il comportamento di alcuni trasformatori. Alcune grandi aziende, infatti, stanno già cercando di sfruttare le ambiguità del sistema, introducendo clausole contrattuali che consentono di aggirare le quotazioni CUN quando queste risultano meno convenienti. In altre parole: si accettano i prezzi quando sono bassi, ma si cercano alternative quando salgono. Un approccio opportunistico che svuota ulteriormente di credibilità l’intero impianto.
Infine, l’analisi dello storico dei prezzi è forse l’aspetto più impietoso. Prendendo come riferimento un grano con 13,5% di proteine e peso specifico 83, si osserva chiaramente una tendenza: i valori AGER, pur in calo, si mantenevano su livelli superiori rispetto a quelli CUN. Con il passaggio al nuovo sistema, le quotazioni si attestano stabilmente su valori più bassi (intorno ai 267 €/t), consolidando una perdita che difficilmente può essere ignorata.
Alla luce di questi dati, appare legittimo porsi una domanda: a chi giova davvero la CUN? Di certo non alla maggioranza dei produttori, che vedono eroso il valore del proprio lavoro. E nemmeno al principio di trasparenza, che rischia di trasformarsi in una formula vuota se il mercato continua a essere manipolato attraverso regole ambigue e comportamenti opportunistici.
La sensazione è che si sia costruito un meccanismo teoricamente virtuoso, ma scollegato dalla realtà operativa della filiera. E quando questo accade, il risultato è sempre lo stesso: chi produce paga il prezzo più alto.