di Alberto Maria Alessandrini
Allo scaffale del supermercato la pasta viene venduta ad un prezzo ben 10 volte superiore al costo della materia prima (€ 2,40 di media al kg), e cioè il grano duro (che viene quotato a 24 centesimi al Kg). E se si va più avanti nella catena, la stessa pasta registra un prezzo tre volte superiore rispetto a quello che i grandi pastifici vendono alla grande distribuzione organizzata.
Questa la cruda realtà che contraddistingue la filiera della pasta italiana. Un’impennata che se da un lato copre passaggi e costi inevitabili (stoccaggio, molitura, pastificazione, etc..), dall’altro dovrebbe anche indurre una riflessione circa chi realmente guadagna in questa filiera, non certamente gli agricoltori.

“Oggi il prezzo medio della pasta a livello industriale (quando esce dai grandi pastifici) difficilmente supera gli 80 centesimi al kg – evidenzia a tal proposito Mauro Acciarri, vicepresidente di Confagricoltura Marche – ma nel successivo passaggio allo scaffale questa cifra supera facilmente i 2,40 euro al kg. Aumenti considerevoli dei quali non sono responsabili né gli agricoltori né chi si occupa di stoccaggio e trasformazione ai quali restano pochi centesimi. Si tratta di scelte dettate da legittimi interessi ed esigenze di mercato che, però, lasciano con l’amaro in bocca chi quel grano lo ha coltivato.”
È cosa nota, infatti, che i ricarichi compiuti dalla Gdo organizzata sia spesso importanti ma, seppur giustificati dagli alti costi di gestione delle strutture di vendita, lasciano sorgere più di qualche perplessità circa la correttezza di questi meccanismi dove gli unici a non guadagnare sono i produttori della materia prima. In presenza di ricarichi, da parte dei supermercati, che possono superare le tre volte il prezzo di acquisto è evidente che quella giusta remunerazione per l’agricoltore andrebbe cercata proprio in questa forchetta di aumenti.

“Ormai da anni si parla di attenzione alla filiera – continua il presidente Acciarri – ma non dimentichiamoci che la filiera non può fermarsi solo dal campo al pastificio, deve essere seguita ben oltre, fino allo scaffale. Oggi il grano degli agricoltori marchigiani viene quotato non più di 24/25 euro al quintale, una cifra irrisoria che dovrebbe essere aumentata di almeno 10 euro per poter coprire le spese e garantire un minimo margine. Questi aumenti sarebbero tranquillamente riassorbibili nei successivi passaggi, soprattutto alla luce dei ricarichi importanti attuati dalla grande distribuzione. Un’impostazione del genere, inoltre, garantirebbe un equo riconoscimento al settore primario senza colpire i consumatori finali creando una filiera realmente giusta ed equilibrata.”
Una questione importante, della quale però, non sempre se ne parla a sufficienza al contrario di altre soluzioni prospettate nell’ultimo anno come la Cun che avrebbe dovuto essere la panacea di ogni male ed invece si sta rivelando un amaro risveglio. A tal proposito Acciarri sottolinea: “Qualcuno aveva sponsorizzato la CUN – Commissione unica nazionale del grano duro – come la risposta ad ogni problema per garantire prezzi minimi adeguati invece non solo così non è stato ma, anzi, corre il rischio di far flettere ulteriormente le quotazioni. Ad oggi l’unica conseguenza dell’introduzione della CUN è stata l’invenzione di nuovi obblighi burocratici per gli agricoltori che dovranno inserire in fattura codici e sigle nuove, ma sul fronte dell’aumento dei prezzi assolutamente nulla. In un mercato globale e con regole dettate dalla concorrenza, poi, sarebbe altamente improbabile riuscire ad imporre ex lege prezzi minimi. L’intervento, e le battaglie, devono essere su un accordo di filiera completo che vada dal campo alla tavola.”